Esce “Il Predestinato”, il nuovo romanzo di Alessandro Nardone

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Pubblicato con Youcanprint e distribuito da Fastbook, il nuovo romanzo di Alessandro Nardone sarà disponibile dal 23 giugno in 4.000 librerie ed in tutti i digital stores

Un thriller fantapolitico ambientato negli Usa nel quale, insieme all’amore, s’intrecciano lo scandalo Datagate, il gruppo segreto Skull and Bones ed una cospirazione contro lo Stato

Social networks, telefonini, carte di credito: siamo tutti intercettati. È questa l’amara realtà che emerge dallo scandalo che i media italiani hanno ribattezzato con il nome di Datagate, da cui Alessandro Nardone ha preso spunto per il suo secondo romanzo. «L’idea di scrivere Il Predestinato è nata a bordo di un treno per Zurigo. Durante quel viaggio conobbi una donna americana che mi parlò del Datagate in termini sconcertanti. Fu così che, quello stesso giorno, la trama cominciò a lavorarmi in testa».

Il Predestinato è la storia di Alex Anderson, giovane membro del Congresso degli Stati Uniti che, nel bel mezzo della campagna elettorale, diventa l’obiettivo numero uno di Chuck Dillinger, ex agente della Cia assurto agli onori delle cronache per aver divulgato decine di documenti top secret e particolari scottanti riguardo all’attività della National Security Agency. L’anello di congiunzione tra i due è Maggie Jones, l’amica del cuore di cui Alex non aveva notizie dal 1986 e che, improvvisamente, torna a farsi viva. Con una telefonata.

Insieme a Matt Payne, il suo amico un pò matto, ed a Veronica Hates, giornalista del Los Angeles Times conosciuta poche ore prima a bordo di un aereo, Alex comincia una vera e propria corsa contro il tempo che lo vedrà lottare, oltre che per la sua vita, anche e sopratutto per sventare un attacco al cuore democrazia.

I misteriosi riti di Skull and Bones all’interno della Tomba e a Deer Island, inseguimenti, tradimenti, scontri a fuoco e la scintilla dell’amore che, come un fulmine a ciel sereno, incendia i cuori di Alex e Veronica. Il Predestinato è un sentiero lungo trecentotrenta pagine, disseminato da un susseguirsi inarrestabile di colpi di scena sullo sfondo di una vera e propria resa dei conti tra alcuni segmenti dell’intricato mondo dell’intelligence e dello spionaggio internazionale.

Dopo il successo di Ti odio da morire – che, nel 2009, divenne un vero e proprio caso letterario e che negli ultimi dodici mesi ha totalizzato qualcosa come 50.000 scaricamenti da iBooks – Nardone ha deciso di rinunciare a diverse proposte di pubblicazione ricevute anche da alcune case editrici di primo piano, scommettendo su una piattaforma emergente come Youcanprint: «Nelle ultime settimane ho fatto l’agente di me stesso, in quanto volevo crearmi l’opportunità di scegliere tra diverse proposte, solo che nessuna di queste mi convinceva fino in fondo. Così, considerato il genere del romanzo e visto che ci credo molto, ho deciso di giocarmi il tutto per tutto, scegliendo la strada del selfpublishing. Sono bastate una telefonata ed alcune e-mail, per capire che quello con Youcanprint sarebbe stato il connubio ideale per le condizioni contrattuali, certo, ma anche per il loro approccio decisamente più smart rispetto ai tempi dell’editoria cosiddetta tradizionale e per l’accoglienza che mi hanno riservato. Grazie a loro il libro sarà disponibile praticmente dovunque: 4.000 librerie in tutta Italia e negli stores digitali». «Il selfpublishing rappresenta ormai una scelta consapevole e non un ripiego per moltissimi scrittori ed Alessandro Nardone è un esempio di questa nuova sensibilità – sottolinea Alessandro De Giorgi, Ceo di Youcanprint – se a questo aggiungiamo che il selfpublishing è cresciuto notevolmente negli ultimi anni sia in qualità dei servizi che in termini di distribuzione, scegliere di distribuire il proprio libro con piattaforme come Youcanprint significa essere in grado di raggiungere un pubblico vastissimo di lettori garantendo al tempo stesso qualità e reperibilità dell’opera».

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Savona, Alessandro Nardone presenta il suo “La destra che vorrei” ed infiamma il dibattito

Ha riscosso un ottimo successo di pubblico l’incontro – organizzato dalla segreteria provinciale de La Destra – con Alessandro Nardone che, all’Hotel Rivera Suisse di Savona, ha presentato il suo “La destra che vorrei”, saggio politico grazie al quale è stato identificato come il “rottamatore del centrodestra”.

La serata si è aperta con la proiezione del nuovo booktrailer del libro, un video molto coinvolgente, nel quale si viene letteralmente travolti da immagini e suoni, che vanno da Fini, Berlusconi e la Minetti – evidente rappresentazione della decadenza di quest’ultimo scorcio di centrodestra – a cui hanno fatto da contraltare Jovanotti, Fabri Fibra, Vasco Rossi, i Muse e Simone Tomassini per quanto riguarda la musica, per poi passare a flash di film come Rocky, Fight Club, Il Gladiatore, Matrix e L’attimo fuggente per arrivare, infine, a stralci di discorsi di grandi della storia come Kennedy (“Non chiedetevi cosa la Nazione puo’ fare per voi, ma cosa voi potete fare per la vostra Nazione”), Martin Luther King (“Io ho un sogno”), Giorgio Almirante (“I valori sono la bandiera della mia vita”), Steve Jobs (“Siate affamati, siate folli”) e Karol Wojtyla (“Non abbiate paura!”), tutto concentrato in poco più di tre minuti.

Nardone, intervistato dall’esponente de La Destra Christian De Stefano, ha parlato per oltre un’ora e mezza, coinvolgendo costantemente il pubblico in merito all’evoluzione della destra italiana dai tempi di Tangentopoli alle tristi vicende dei giorni nostri. “Fini ha rappresentato un’enorme delusione – ha affermato l’autore – ha tradito il suo popolo per inseguire avidamente il potere, distruggendo la casa comune della destra. Questo non potremo mai perdonaglielo”, e poi quello che nel suo libro definisce l’altro Co-Affondatore del centrodestra, Silvio Berlusconi: “Sceso in campo come alternativa ad un sistema marcio e corrotto ha finito, in una sorta di nemesi, per diventare l’emblema stesso di un sistema altrettanto inviso alla gente”.

Infine, il suo presente, e la scelta di abbandonare il Pdl e passare a La Destra di Francesco Storace: “Certamente una scelta di cuore, con la quale ho deciso d’intraprendere un percorso che nel partito di Berlusconi sarebbe stato oggettivamente impossibile seguire: la costruzione di una destra nuova partendo da quei valori che, nostro malgrado, sono stati accantonati da questa classe dirigente che ha preferito sposare derive nichiliste e materialiste oggettivamente incongruenti con la nostra visione del mondo. Essere di destra – ha concluso Nardone – non significa scimmiottare il passato, ma manifestare i propri valori attraverso comportamenti positivi, che siano d’esempio agli altri, 365 giorni all’anno. La storia di Francesco Storace , il nostro Segretario, insegna.”

Articolo pubblicato su Il Vostro Giornale del 20 novembre 2012

L’Ultimaparola, Nardone a Tabacci: “Eri in politica da prima che crollasse il Muro di Berlino”

C’ERAVAMO TANTO ROTTAMATI: PDL ADDIO, LA VERA DESTRA NON PUO’ ASPETTARE

Decidere e decidersi, muoversi.  Trasformare le idee (quando ci sono) in azioni. Al giorno d’oggi paiono sfide insormontabili. Sì, perché siamo sprofondati fino al collo nelle sabbie mobili della staticità e del lassismo. In che senso? Ve lo spiego subito. Nessuno s’arrischia a prendere una decisione che sia una, a cominciare dal governo del Paese – che i politici hanno affidato, non a caso, ai tecnici – per arrivare ai partiti, all’interno dei quali regna un regime d’apatia e di servilismo che, definire preoccupante, sarebbe davvero eufemistico. Una crisi, quella della politica italiana, nera come la pece e, per certi versi, ancor più grave di quella economica per il semplice fatto che, senza punti di riferimento, è utopistico pensare di costruire una prospettiva per il futuro.

A comandare, d’altronde, sono sempre gli stessi, almeno da quando il sottoscritto portava i calzoni corti e, con la scusa del “tanto non c’è alternativa”, pensano di campare di rendita vita natural durante. Qualche ragione ce l’hanno pure, vista la condiscendenza di quella che si dipinge come opposizione interna ché, proprio mentre scrivo, mi riporta alla mente lo slogan di un vecchio spot pubblicitario di un tonno in scatola, che diceva: “così tenero che si spezza con un grissino”. Suppergiù questa situazione è la medesima in entrambi gli schieramenti anche se, ad onor del vero, a Matteo Renzi va riconosciuto un coraggio che non ha pari, nel centrodestra.

Ora, siccome la lingua batte dove il dente duole, passiamo al Pdl, o a quel che ne rimane. Cominciamo col constatare che sono bastati tre anni, ai due co-affondatori, per auto-rottamare se stessi ed il partito: il primo, Fini, dopo aver distrutto la destra è riuscito a farsi accantonare perfino da Casini ed il secondo, Berlusconi, dopo aver incarnato per anni l’immagine del merito contro i “professionisti della politica”, ha compiuto l’impresa (ardua, non c’è che dire) di depauperare la sua immagine circondandosi di loschi figuri come i Lavitola, i Tarantini, i Mora e infarcendo le istituzioni – per meriti di cui preferiamo non essere a conoscenza – di una “classe dirigente” di cui la Minetti è divenuta l’emblema ma che, certamente, tra le sue fila annovera personaggi ben peggiori ed assai più inquietanti. Insomma, attorno a noi tutto frana e loro dimostrano, per l’ennesima volta, di vivere a distanze siderali dal mondo reale. Sembra quasi che stiano in una sorta di Matrix, in cui i problemi cruciali del Paese sono i matrimoni gay da una parte ed i processi dell’ex Premier dall’altra, un tristissimo refrain che si ripete dal 1994.

Beh, dopo tutto questo tempo siamo, ormai, in parecchi ad aver scelto la fatidica “pillola rossa” svegliandoci, così, dalla realtà falsata nella quale eravamo indotti a vivere. Inermi e cloroformizzati, io per primo. Adesso, però, basta. Basta con l’ipocrisia di una generazione che, pur conservando l’ambizione di farsi carico dei valori della destra, non ha il coraggio di alzare la testa e di dire, a voce alta ed una volta per tutte, che l’ostacolo più grande all’affermazione di quegli stessi valori è costituito anzitutto da Berlusconi e, con esso, da una classe dirigente che, per usare un altro eufemismo, il meglio di sé lo ha già dato. Sarebbe ridicolo continuare a negarla, l’evidenza. Certo, provare a scardinare quel sistema lottando dall’interno era nostro dovere e, in molti casi, lo abbiamo fatto, abbiamo lottato, sì, ma dobbiamo ammettere che quel muro lo abbiamo a malapena scalfito

Il tempo dei tentativi è terminato. Finito. La posta in palio è troppo alta per continuare, immobili, ad osservare nebbie sempre più dense avvolgere l’orizzonte del nostro futuro, il futuro dell’Italia. Il momento storico è troppo importante per lasciarci scivolare tra le dita quel sottilissimo filo ideale a cui è ancora legato il sistema valoriale in cui è scolpito il codice genetico del nostro dna umano e politico, quello stesso insieme di valori in nome del quale, per una vita, abbiamo attaccato manifesti, distribuito volantini e invaso le nostre piazze costruendo, di generazione in generazione, una Comunità in nome della identità che ci accomunava. I medesimi principi che, adesso, dobbiamo riaffermare attraverso qualcosa di cui – complici le delusioni di cui ho scritto poc’anzi – ci siamo tristemente disabituati: credere. Nel partito in cui stiamo, nelle sue istanze ed in chi lo rappresenta.

Cosa divenuta oggettivamente impossibile –  per un istante torno a scrivere in prima persona – ostinandomi a rimanere nel Popolo della Libertà. A maggior ragione adesso che sto per diventare padre, mi rendo conto che non posso davvero più permettermi di lasciare la mia coscienza in attesa, non ascoltandola. È giunta l’ora di metterci in gioco, rimboccarci le maniche e costruirla noi, una destra forte e libera, in questo Paese, senza più sperare che sia qualcun altro, a farlo per noi. Nel suo appello di qualche settimana fa, Marcello Veneziani, parlò di una destra sociale e nazionale, capace di superare berlusconismo e finismo per affermare la parola d’ordine imprescindibile in quella che si delinea come la battaglia campale per la riconquista del nostro benessere: la Sovranità. Padroni a casa nostra, diceva qualcuno recentemente caduto in disgrazia.

A vele spiegate verso Itaca, quindi. Già, ma qual è la rotta che dobbiamo seguire? Per quanto mi riguarda la risposta è semplice, perché questi valori e, soprattutto, questo spirito, li ho ritrovati in un uomo che da tempi non sospetti lavora per costruire una destra, anzi, La Destra. Un uomo che, rinunciando al certo della poltrona assicurata per l’incerto di una vera e propria traversata nel deserto, ha dimostrato a più riprese che essere uomini significa essere coerenti con noi stessi, innanzitutto. Sto imparando a conoscerlo ma, se dovessi utilizzare una citazione per descriverlo, non avrei dubbi nello scegliere una sua frase: “Se hai i soldi lasci a tuo figlio un’eredità, se non ne hai, almeno trasmettigli i valori in cui credi”. Il suo nome è Francesco Storace, il sogno comune si chiama La Destra, il nostro dovere è lottare per affermarne i principi e gettare, oggi, il seme della speranza. Per far sì che, in un domani nemmeno troppo lontano, i nostri figli possano raccoglierne i frutti.

Alessandro Nardone


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Como città per vecchi? Sì, finchè non capirà che più vita significa più ricchezza e più lavoro

Veniamo subito al sodo. Non scendiamo certo dal pero e, che Como sia una città per vecchi, è un fatto del tutto evidente. A mio avviso, però, la discussione su quest’argomento andrebbe angolata nella direzione di un orizzonte più vasto rispetto alle polemiche sulla cosiddetta movida. Mi spiego meglio. Proviamo per un attimo a chiudere gli occhi, ed a soffermarci sull’immagine di una città gioiosa, piacevole. La immaginereste popolata solo da giovani o soltanto da anziani (vecchi, riferito alle persone, non mi piace)? Beh, credo proprio di no, ed è proprio qui che sta il punto. Ovvero che la Como ideale, quella che molti di noi avranno immaginato qualche attimo fa, è una città in cui il problema della convivenza di fasce d’età differenti, non dovrebbe nemmeno porsi. O meglio, non dovrebbe proprio esistere. Per il semplice fatto che si tratterebbe di una città figlia di un percorso amministrativo prospettico e lungimirante nei fatti, ergo perfettamente in grado di far convivere generazioni (e quindi esigenze) diverse, ma non necessariamente incongruenti. Proviamo a prendere per un attimo l’esempio di cui parlavo prima, ovvero quello relativo alla movida, sul quale io stesso ho avuto ampiamente modo di rendere nota la mia opinione. Il punto è che lo si è sempre affrontato in modo parziale, senza considerare due fattori ad esso indissolubilmente connessi: sicurezza e prospettive economico-sociali. Dico sicurezza perché va da sé che, se durante le ore notturne i passaggi delle Forze dell’Ordine sono – non certo per colpa loro – drammaticamente ridotti all’osso, gli sfigati che si divertono facendo schiamazzi o compiendo atti vandalici hanno vita facile. Dirò di più, perché una città deserta è certamente il terreno più fertile possibile per i malintenzionati d’ogni risma, ed i raccapriccianti fatti di cronaca degli ultimi tempi sono la triste testimonianza di ciò che affermo. Una città viva, quindi, ma nella quale sia altrettanto viva la consapevolezza che se, per così dire, la fai fuori dal vaso, rischi davvero di passare un bruttissimo quarto d’ora. Tolleranza zero. Esattamente come avviene nella vicina Lugano. Fin qui l’ordine pubblico, ora veniamo al secondo fattore, ovvero a quello relativo alle prospettive economiche e sociali della nostra Como. Quelle economiche, ovvero pecuniarie, sono di una priorità tale da non poter essere più nascoste come polvere sotto al tappeto e continuare a procrastinarle sarebbe da veri irresponsabili. Via quindi, fermo restando il rigore nei confronti di chi sbaglia, l’assurdo criterio per il quale chiunque voglia aprire un’attività sia trattato come qualcuno che, in qualche modo, disturba a prescindere. S’instauri, invece, un rapporto di collaborazione reciproca tra la nuova amministrazione e chi è deciso ad investire sul nostro territorio, un rapporto in cui il venirsi in contro dovrà consistere in minori lacci e lacciuoli dal punto di vista burocratico a fronte, magari, di maggiori investimenti nelle attività. Ché, tradotto, significa più posti di lavoro ed interventi di abbellimento, oltre che dei locali, anche dell’arredo urbano. Ma torniamo alla questione più generale perché, altrimenti, corriamo il rischio di cui parlavo in apertura, ovvero di rinchiuderci nella gabbia della parzialità, fermandoci al dito e perdendo di vista la Luna. Infatti, trovo che un altro aspetto della “città per vecchi” sia la mancanza del wi-fi libero ovunque oppure, tanto per fare un altro esempio, trovo dannatamente vecchio il fatto che il parco giochi per i bambini dei giardini a lago sia, da anni, in condizioni dir poco vergognose. Roba da prendersi il tetano. Ecco, penso e credo che una città in cui manchi la dovuta attenzione per i nostri bambini, anziché ringiovanire, continuerà a farsi sempre più decrepita. Esattamente come credo che, una città che non si adopera per far sì che le giovani coppie possano sposarsi e mettere su casa senza essere costrette ad andarsene altrove, non potrà che subire l’atroce condanna di essere perennemente costretta a chiudere gli occhi, se vorrà vedersi bella e gioiosa.

Alessandro Nardone per L’Ordine del 1 aprile 2012

CAMBIARE IL PDL PER CAMBIARE L’ITALIA, ALESSANDRO NARDONE A CANALE ITALIA

ALESSANDRO NARDONE PRESENTA “LA DESTRA CHE VORREI” A CANALE ITALIA

AD ALESSANDRO NARDONE IL “PREMIO LETTERARIO FONDAZIONE MINOPRIO”